Grotte di San Nicola - Villa d'Assio

Grotte di San Nicola - Villa d'Assio
La località si trova alle falde del Monte Castagneto (m. 576), nei pressi dei casali detti “Mazzitelli”, al Ponte Sant’Angelo sul Fiumarone, nell’area delle Rosee, sotto il tracciato della statale 79 Ternana. Il sito identifica ciò che resta della villa romana attribuita al senatore Quinto Assio, di cui sono visibili le strutture di un criptoportico, sul pendio denominato “Promontoro”, che richiama evidentemente all’antica formazione lacustre del luogo. La villa doveva infatti trovarsi sulla sponda dell’antico Lago Velino, ed offriva un paesaggio di grande suggestione. Le tre cavità che sovrastano i ruderi romani, e che probabilmente facevano parte delle strutture di servizio, hanno fornito al Medioevo l’elemento su cui fondare i miti di sacralizzazione cristiana di uno dei luoghi emblematici della ricchezza di Roma, dello sfarzo del mondo pagano, entrato a far parte del demoniaco della religione nuova. Quelle che sembravano ormai grotte naturali furono intitolate a san Nicola, per una piccola chiesa che vi fu edificata sopra in onore di “detto Santo Pontefice Nicola”, come riferisce Loreto Mattei nel suo Erario reatino. Secondo Pier Giuseppe Colarieti Tosti, che scrisse di questa villa nel 1904, dovette esistere una minuscola chiesa nei pressi della villa, di cui fornisce anche una descrizione delle murature, inglobate in quello che fu il villino Paparelli del 1901, posto proprio in cima alla parete rocciosa alla base della quale si apre l’imbocco alle cavità. In seguito il villino fu trasformato in casale, ed oggi è tornato ad essere utilizzato come residenza.
Il Colarieti Tosti riferisce che il locale a piano terra del villino aveva il soffitto a volta ed il pavimento in opus testaceum. I muri erano composti di pietre e rottami di mattoni e tegole, collegati insieme con malta fortissima. Nella parete di fondo si apriva una finestra rettangolare con luce divisa da una croce di pietra irregolare. Egli riferisce anche che dalle grotte, oggi chiuse da cancelli, si svilupperebbero lunghi cunicoli, comunicanti con le strutture sepolte della villa. E Maria Carla Spadoni conferma che da quei cunicoli sembra possibile accedere ad ambienti interrati, decorati riccamente con mosaici e manufatti di pregio, trafugati, a quanto pare, in epoca recente. Il sito «Grotte di S. Nicola» è riportato nella Tavola generale della provincia dell’Umbria, del 1712, realizzata da Silvestro Amanzio Moroncelli. Risulta indicato sotto il castello di «Puleggia», Apuleggia sulla riva occidentale del Lago di Rieti.
Ippolito Tabulazzi, nel suo manoscritto seicentesco sulla storia di Labro, narra del rinvenimento di importanti materiali archeologici alla villa di Assio, concedendo qualcosa alla tradizione popolare, che vuole il demonio padrone e custode feroce dei mitici tesori nascosti, frutto malefico della passata religione pagana. Dopo aver riferito l’opinione diffusa che nella villa siano grandi tesori, specie nelle stanze sotterranee, racconta di alcune persone curiose, che in un tempo non definito, sarebbero andate in cerca dei tesori nascosti, con l’autorizzazione delle autorità ecclesiastiche.

«E dopo una lunga escavatione — scrive il Tabulazzi — si scoprì un portentoso e grosso serpe di grossezza più d’un Gavite [...] col movimento [...] quello che stava cavando un palmo e più sotto a terra, di che sbigottiti e spaventati i cava-tori lasciarono l’impresa imperfetta considerandosi perciò che fusse più tosto questo mostro infernale che animale terrestre o naturale».

È interessante sottolineare il termine di paragone che egli usa per indicare le dimensioni del serpente: il «Gavite»; probabilmente si riferisce alla boa galleggiante, legata ad un’ancora attraverso una catena, utilizzata dalle navi come ormeggio nei porti, oggi altrimenti detta “gavitello”. La scelta di questo termine marinaresco da parte del Tabulazzi forse può spiegarsi per la familiarità con i grossi barconi che in quel tempo ancora dovevano percorrere il fiume ed il Lago di Rieti e quello di Piediluco, necessari anche solo per raggiungere le opposte sponde. Proseguendo il racconto delle esplorazioni alla villa sepolta il Tabulazzi riporta la notizia dei rinvenimento di importanti reperti:

«Sono state tra queste rovine trovate monete d’ogni sorta, con l’effigie di diversi Consoli e Imperatori, e una picciola statua di metallo che molti dicono fusse un idolo, e altri di Assio o pur di un soldato, ma alla portatura — scrive il Tabulazzi che evidentemente deve aver visto personalmente quell’oggetto — esser d’Egli, io ho stimato fusse quella statua di gladiatori, vedendosi tener una mazza in mano. Come si sia è certo chiaro ch’è antica, e di consideratione. Vi sono stati anco trovati vetri trasparenti rassemblati, e coloriti [dal]le genti che son venuti à cercar tesori sono stati trovati travertini marmorei, e con belli cornicioni, pezzi di colonnelle d’ogni sorta, capitelli».
Quella piccola statua di metallo, ritenuta un idolo pagano, nella quale il Tabulazzi vuole vedere un gladiatore con la mazza, potrebbe essere invece l’effige di Ercole, raffigurato in forma classica, con la pelle di leone e con la dava. L’intitolazione della zona all’arcangelo Gabriele (al “Ponte di Sant’Angelo” sul Fiumarone), farebbe supporre una riconsacrazione cristiana di un piccolo tempio antico, sul quale sarebbe stata edificata la chiesa di S. Nicola. Solo l’indagine archeologica potrebbe dar conto di tale ipotesi.